Dopo una serie ininterrotta di naufragi, che tra l’altro arrotondavano le economie dei pescatori locali, fino al più grave tra questi che inabissa la fregata “Sanè” nel settembre del 1859 distrutta dai bassi fondali e dagli scogli a pelo d’acqua, viene deciso di costruire un faro avanzato rispetto alla linea di costa della Point du Raz utilizzando uno scoglio ampio circa 100 mt2 e alto non più di 4 metri.
Gli sforzi enormi compiuti dagli addetti ai lavori, ingegneri ed operai, hanno permesso al faro di essere ancora oggi visibile e funzionante, anche se grazie ad un sistema automatizzato, saldamente ancorato alla roccia da barre di ferro e sferzato dai violenti marosi che spesso lo ricoprono completamente regalando immagini quanto mai suggestive.
Sferzata dalle onde la struttura vibrava sensibilmente in un caotico rumoreggiare di onde scroscianti, nel quale spesso era difficile trovare, anche per lunghi periodi, un attimo, se pur breve, di tregua.
Si narra che due dei guardiani più capaci rimasero isolati per più di tre mesi, prigionieri così a lungo della furia degli elementi.
Se a questo si aggiunge la tensione nell’osservazione dell’orizzonte marino, l’attivazione della sirena di segnalazione dei banchi di nebbia, non infrequenti nell’area, lo stress dei turni notturni, l’attendere alle continue necessità di riparazione e manutenzione, e i pericoli dovuti al trasbordo nei cambi di turno, risulta facile comprendere come questo mestiere fosse realmente alquanto impegnativo e questo al di là del romanticismo cui spesso la figura del solitario guardiano del faro rimanda intento in pacifica solitudine a confezionare la sua nave in bottiglia avvolto dal fumo della pipa tra lo svolazzare dei gabbiani.